Lamin, una storia di accoglienza e legami che restano
Accogliere un ragazzo significa condividere la quotidianità, imparare a conoscersi e costruire, giorno dopo giorno, una relazione di fiducia. Significa anche confrontarsi con momenti difficili, rispettare i silenzi e trovare il modo di essere presenti, anche quando non è facile capire cosa stia vivendo l’altro.
Lamin è stato accolto dalla famiglia di Barbara dal novembre 2019 al settembre 2023. Nel corso di questi anni, la convivenza ha dato vita a un legame profondo, fatto di ascolto, affetto e scoperte reciproche. Tra le esperienze più intense, il ritrovamento della mamma, che Lamin credeva di aver perso per sempre, e il viaggio in Gambia compiuto insieme alla famiglia nel 2024, per riabbracciarla.
Abbiamo raccolto la testimonianza di chi gli è stato accanto, per ripercorrere i momenti più difficili e quelli più belli dell’accoglienza, le sorprese di una convivenza tra persone con storie e abitudini diverse e gli insegnamenti che questa esperienza ha lasciato a tutta la famiglia. Un racconto che offre anche uno spunto per chi sta pensando di accogliere un ragazzo e si interroga su come affrontare questa scelta, con il sostegno di una rete e di professionisti esperti.
Qual è stato il momento più difficile e quello più bello?
I momenti difficili sono stati tanti. In particolare, è stato impegnativo stargli accanto e cercare di comprenderlo nei lunghi silenzi, nei momenti di sconforto e di angoscia legati ai ricordi traumatici del viaggio attraverso il deserto e la Libia.
C’erano giorni in cui non usciva dalla camera e non riusciva a spiegare cosa stesse vivendo. Per me era difficile comprendere quei comportamenti, ma ancora più doloroso è stato quando è riuscito a raccontarmi che spesso non dormiva a causa degli incubi e che aveva bisogno di stare da solo.
Ho cercato di rispettare questa sua necessità, anche se il mio istinto mi portava a cercare il confronto e la condivisione. A volte il clima in casa era davvero pesante. Con il tempo, però, il calore, l’affetto e la presenza che gli abbiamo sempre garantito hanno contribuito a lenire quelle ferite e la situazione è progressivamente migliorata. Oggi non ha più incubi, non si sente solo e sa di poter contare su di noi e sul nostro affetto, anche ora che vive da solo.
Il momento più bello è legato al ritrovamento della mamma, che credeva di aver perso per sempre dopo che gli era stato detto che era morta. La convinzione di averla perduta era stata una delle ragioni della sua partenza: rimasto senza di lei, era stato costretto a vivere con uno zio autoritario che lo maltrattava, lo obbligava a svolgere lavori pesanti e gli impediva di andare a scuola. Così era fuggito, unendosi a un gruppo di persone in partenza per l’Europa.
Ricordo ancora quel giorno: eravamo seduti sulle scale di casa, mano nella mano, quando ha fatto la sua prima telefonata alla mamma. È scoppiato in un pianto di gioia. E anch’io mi sono commossa. La felicità di quel ritrovamento ha coinvolto tutta la nostra famiglia, tanto che nel 2024 abbiamo deciso di accompagnarlo in Gambia per abbracciare quella mamma e consolidare un legame tra le nostre famiglie.
Cosa vi ha sorpreso di più?
Ci ha sorpreso la semplicità con cui è nata una convivenza armoniosa, nonostante le diverse abitudini e le differenze culturali. La sua capacità di sentirsi parte della famiglia, con rispetto e delicatezza, mantenendo al tempo stesso la giusta distanza quando necessario.
Ma soprattutto ci ha sorpreso il legame che si è creato: spontaneo e profondo, a volte simile a quello tra una madre e un figlio, altre volte a quello tra amici. Il suo bisogno di ricostruire legami familiari, unito alla comprensione reciproca delle nostre difficoltà, ha favorito la convivenza e rafforzato il rapporto con me, con mio marito e con i miei figli, che hanno più o meno la sua età.
Cosa direste a una famiglia che ha dubbi e non sa se fare il primo passo?
Direi di confrontarsi con chi ha già vissuto un’esperienza di accoglienza, di mantenersi in rete e di affidarsi ai professionisti che accompagnano i ragazzi, chiedendo il loro supporto anche quando sembra che tutto vada bene. Uno sguardo professionale può essere prezioso anche quando le difficoltà non sono immediatamente visibili.
È importante essere consapevoli che ci saranno momenti in cui tutto potrà sembrare troppo difficile, ma avere fiducia nella possibilità di superarli, sapendo di poter contare sul sostegno di persone con esperienza, sia professionale sia umana, nell’affrontare le questioni legate ai giovani migranti.
Il calore familiare, la presenza e l’affetto possono diventare una forza straordinaria, capace di offrire sicurezza e contribuire alla guarigione di ferite profonde. Non sempre sono sufficienti da soli, ma, insieme al supporto adeguato, possono fare una differenza enorme.
Cosa avete imparato voi dal ragazzo?
Ci ha insegnato quanto sia importante mantenere uno sguardo aperto sulle possibilità che la vita ci offre e quanto possa essere significativo mettersi a disposizione, anche semplicemente stando silenziosamente al suo fianco, per contribuire a cambiare il percorso di un ragazzo.
Abbiamo imparato che una famiglia, quando si apre all’accoglienza, non offre soltanto qualcosa di sé, ma si arricchisce di conoscenza, sensibilità e umanità.








